21 fiorini – Salvatore Sottile – Introduzione Francesco Taormina

 

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Il mantello di Baruch, come la tonda cupola del cielo, se disteso ricopre il mondo.

 Si tratta di ventuno racconti, stazioni, o snodi, a cui si aggiungono un introito ed epilogo, che se da un lato mimano i 21 fiorini che occorsero per comprare, alla sua morte, il mantello di lana grezza appartenuto a Baruch Spinoza, dall’altro scandiscono ventuno passaggi nel destino dei giorni di un uomo. Qualunque uomo. E, perciò, di ognuno di noi.

 Bambino, felice ed ignaro; poi, man mano, dubbioso, dolorante ed infine sconfitto.

 A far da intermezzo epifanie, refe che cuce a mano, luce ferma che non può tentennare e che come una tavola da surf sull’oceano sorregge il brulichio e ogni passo che tende all’inciampo.

 Pure, l’una non sarebbe senza l’altro, dacché la rosa, che sempre fiorisce, non lascia mai sole due piccole lepri in amore.

 Salvatore Sottile


Prefazione di Francesco Taormina

Prologo dei “21 fiorini” di Salvatore Sottile

 l’orizzonte

tra balzi salti e voli

tra i verdi rami delle nuvole

saltellando m’aggrappo

 

agli aghi dei fichidindia

inesistente avanzo libero

mi volgo alla croce

seduto sopra d’essa

mirando e rimirando

ad occhi chiusi ciò che

m’appartiene dentro l’anima

 

Il XVII secolo vede due grandi figure stagliarsi all’interno del mondo del pensiero.

D’un canto Cartesio s’avvia al percorso meccanicista, alla nascita delle scienze nella ricerca dei miglioramenti tecnici per favorire la vita dell’uomo. Nasce l’”ego” nel “cogito” del vero soggettivismo; da qui la collettività è tale in seno al soggetto.

Altra figura di non poco conto fu Spinoza, con “Etika” come opera postuma. L’opera si presenta come sintesi tra la metafisica con i nuovi orizzonti tecno-scientifici cartesiani e il carattere di identificazione panteistico di Dio e natura, dove “Deus sive natura”, in un ordine geometrico del mondo.

Spinoza rifiuta la visione Giudaico-Cristiana della divinità, impostando il proprio carattere sull’indagine filologica. Individua così i propri studi filosofici nel condurre l’uomo alla felicità, o all’identificazione del volere umano con la visione universale divina e naturale.

Il lavoro che ci propone Salvatore Sottile “21 fiorini” è un percorso intriso di miti.

L’introduzione ci presenta il dialogo-storia tra Augusto e Afrodite, dove l’amore personificato sembrerebbe essere l’ultima ed unica meta raggiungibile, e non solo un mero ipotetico personaggio che dialoga.

Ben altre figure mitiche formano i tasselli della strada da percorrere secondo l’autore. Strada che in ultima analisi vede stagliarsi Spinoza con il suo mantello costato “21 fiorini”. Dunque, i miti sono i cardini per raggiungere una meta ragionata dei loro significati, attraverso l’aspetto filologico dei vissuti sociali. Meta che inevitabilmente Sottile, coniuga con l’immersione nello spirito di natura.

Tu piccolo uomo o ti allinei alla necessità di natura di Anankè, oppure sarai perso” dice Platone. La natura si pone immutabile eterna sopra gli dei e gli uomini. Regola il “ cyclos” della vita degli uomini con “Sustene e Astene” e con l’equilibrio che da essi deriva.

Ma ecco cosa sono i miti, le loro allegorie, se non la razionale ricerca di un allineamento allo spirito di natura e alle sue necessità. Questo è ciò che propone Salvatore Sottile, e la felicità non è utopia.

Il 21mo° fiorino attraverso le mitiche figure di Parmenide, Platone e Aristotele ci immerge nel nulla. In esso vi è la mancanza di valori. Ogni epoca ha visto sostituire un valore ad altro, come nel Rinascimento dove la visione Antropocentrica sostituisce la visione Teocentrica. Come l’Illuminismo in cui la visione laica e antireligiosa, sostituisce la radicale religiosità; ma ora nel “Nichilismo”, come anticipato centotrenta anni addietro da Nietzsche, il vortice del nulla non porta alcun valore.

L’ontogenesi parmenidea come il principio d’identità e di non contraddizione di origine platonico-aristotelica, da cui scaturisce la civiltà occidentale, esaurisce il compito. Tuttavia può ancora il lupo travestirsi da agnello? Chiede al lettore Salvatore Sottile. Quale arma?

Le mani. Le mani antiche della Teknè dell’arte. Ciò che in potenza l’uomo trasforma istantaneamente in atto. Ma qui non esiste sottomissione o sopruso.

Arte e teknè si fanno. Non si può sostituire il lupo all’agnello nella vera “Praxis”. Questo avviene con “Teoresys” che sub-entra e diviene “Doxa”.

La terra è ancora aperta e libera per i magnanimi. Ancora sono vuote le residenze fatte per gli eremiti solitari e sdoppiati, che sono avvolte dal profumo di mari silenziosi. Una vita libera è ancora possibile e aperta ai magnanimi. In verità, colui che poco possiede è tanto meno posseduto: sia lodata la piccola povertà! Là dove lo stato finisce, comincia l’uomo che non è superfluo: là comincia il canto della necessità, la melodia unica e insostituibile. Là dove lo stato finisce-guardate, guardate fratelli! Non vedete l’arcobaleno e i ponti del superuomo?”

Da “Cosi parlò Zaratustra”. Nietzsche

 

francesco taormina     

 

 

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