La baronessa di Carini

 

LA BARONESSA DI CARINI – di Giuseppe La Rosa

 

A pochi chilometri dalla città di Palermo, sul percorso che conduce alla parte occidentale della Sicilia, terra di saline e di ricordi delle mattanze delle tonnare, s’erge maestoso il castello di Carini. Imbalsamato dal delirio della zagara d’arancio e dagli effluvi del mare, il maniero carinese sembra narrarci, quasi lasciando cadere una lacrima, una terribile e pietosa tragedia d’amore.

Un ignoto poeta dialettale del ‘500 compose una bella poesia nella quale, con minuzie di particolari, racconta commuovendoci che, al tempo in cui i palermitani guerreggiavano contro i messinesi, la bella figliola del barone di Carini s’innamorò di un valoroso cavaliere messinese, essendo da lui teneramente ricambiata. Appena però il padre di lei conobbe i sentimenti della figlia per quello che egli considerava un nemico, la fece immediatamente rinchiudere in un suo palazzo di Palermo. Ma l’amore non conosce ragioni né ostacoli e la giovane baronessa trovò modo di fuggire con l’uomo che amava. I due si rifugiarono nel castello di Carini e lì vissero per qualche tempo felici. Il poeta canta:

 

Chi vita duci, ca nuddu la vinci,

gudirla a lu colmu di la rota !

Lu suli di lu celu passa e ‘mpinci,

li rai a li du’ amanti fannu rota;

na’ catinedda li curuzzi strinci,

battinu tutti dui supra na’ mota

e la filicità chi li dipinci

attornu è di oru e di rosa.

 

Ma la felicità non durò a lungo ed un brutto giorno una spia raccontò al barone quanto accadeva nel maniero:

 

Tutta la notti nsemmula hannu statu,

la cunfidenza longa l’hannu a fari.

 

Nottetempo, il barone furente mosse con la sua soldataglia alla volta del castello di Carini.

 

N’carnatedda calava la chiaria

supra la schina d’Ustica a lu mari:

la rininedda vola e ciuciulia,

e s’ausa pri lu suli salutari;

ma lu spriveri ci rumpi la via,

l’ugnidda si la voli pillicari !

 

La giovane baronessa, sognando una vita felice con il suo amato, se ne stava affacciata al balcone principale del castello.

 

Chi si pigghiava li spassi e piaciri:

l’occhi a lu celu e la menti a l’amuri,

termini stremi di li so’ disiri.

 

Ma il chiarore dell’alba portò con sé eventi tragici. La fanciulla scorse infatti il luccichio delle armature dei cavalieri e ben presto le giunse lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli.

 

“Viju viniri ‘na cavallarizza

forsi è me patri ca mi veni ammazza !”

 

Agghiacciò, in quegli istanti tragici, il cuore della ragazza. Chiese all’amato di fuggire dal maniero e si precipitò in paese a implorare gli abitanti di nasconderla per sfuggire all’ira nefanda del padre. Ma nessuno aprì la porta di casa forse per timore delle armi del signore del castello.

 

Gridava forti: “Aiutu carinisi !

Aiutu, aiutu, mi voli scannari !”

 

Nessuno parve avere pietà di lei.

Abbandonata da tutti, disperata, vittima cosciente dell’ira cieca, ritornò al castello e si gettò ai piedi del padre. Il barone, spietato, snudando repentinamente la spada, con due precisi colpi l’uccide.

 

Lu primu corpu l’appi tra li vini,

l’appressu ci spaccau curuzzu e rini.

 

Morì così la bella baronessa, rivolgendo il suo ultimo pensiero all’uomo amato.

Pianse, poi, tutta Carini:

 

Siccaru li garofani a li grasti,

sulitu ch’arristaru li finestri:

lu gaddu chi cantava un canta chiù,

va sbattennu l’aluzzi e sinni fuj.

 

La notizia dell’assassinio radunò un’enorme folla intorno al castello e la salma dell’infelice baronessa venne condotta nella chiesa più grande di Carini.

 

Amuri, amuri, chianciti la sditta

ddu gran curuzzu e chiù nun t’arrisetta;

dd’ucchiuzzi, dda vuccuzza biniditta,

oh Diu ! Ca mancu l’ummira nni resta !

 

Chi oggi sosti dinnanzi al maniero carinese, che riposa con mille occhi aperti sul vivo delle sue turrite mura, volge il proprio pensiero all’amore tradito di questa sfortunata figlia di Sicilia…

 

La megghiu stidda chi rideva ‘ncelu,

arma senza cappotta e senza velu;

la megghiu stidda di li serafini,

povira barunissa di Carini !

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Giuseppe La Rosa

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