LE necropoli di contrada stefano a Favara

LA NECROPOLI DI CONTRADA STEFANO A FAVARA

Breve storia della città di Favara. 

Favara, cittadina situata a pochi chilometri da Agrigento, trae il suo nome dall’arabo Rohal-Fewwar, termine che significa letteralmente “sorgente d’acqua”.  Con il tempo, il nome si trasformò in Fabaria e poi in Favara.

I Sicani, popolazione presente in Sicilia prima dell’arrivo dei Greci, avevano occupato il territorio dell’attuale Favara e così avevano fatto anche altre popolazioni successive.   Vasi e oggetti di epoche diverse, scoperti nelle contrade ”Tri rocchi” e “Ticchiara” e sul monte Caltafaraci sono oggi conservati presso il Museo Agrigentino di “San Nicola”. Testimonianze del periodo sicano si hanno a Monte Caltafaraci e in contrada Stefano dove si ammira una vera e propria necropoli.

 

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Nel 14° secolo, la famiglia Chiaramonte, così come in diverse località dei suoi possedimenti che tagliavano in due la Sicilia da nord a sud, deteneva a Favara una roccaforte che conferì alla cittadina una certa sicurezza e le consentì di svilupparsi. Il fortilizio, per la sua forma quadrata e per il suo schema d’impianto con il recinto fortificato, richiama la struttura tipica dei castelli fatti erigere dall’imperatore Federico II di Svevia (1194-1250) in Sicilia ed in Puglia. L’ipotesi dell’origine federiciana è sostenuta anche dalla presenza, all’interno del palazzo, di alcuni stemmi con segni araldici federiciani: l’aquila imperiale che, con gli artigli, ghermisce la lepre. Il fortilizio è stato recentemente restaurato e reso fruibile al pubblico.

Per lunghissimo tempo Favara fu terra baronale. Tale sistema, introdotto in epoca normanna, fu abolito solamente nel 1812, sotto i Borboni, con determina del Parlamento siciliano.

Le fiorenti attività economiche, derivanti dall’estrazione di zolfo dalle molte miniere presenti nel territorio, permisero una significativa espansione demografica ed urbanistica della città soprattutto nel 19° secolo. I ricchi proprietari delle miniere fecero erigere sontuosi palazzi, belle chiese e grandi ville per la residenza estiva. Sul lato orientale della piazza su cui sorge il fortilizio chiaramontano, oggi denominata piazza Cavour, è ubicato il Museo di storia naturale intitolato al Barone Antonio Mendola. Nei locali del museo, uno dei primi realizzati in Sicilia, sono state allestite delle sezioni comprendenti la fauna locale e un’ampia sezione dedicata ai minerali. La biblioteca adiacente conserva un numero elevato di volumi antichi di carattere storico, scientifico e letterario.

La “Necropoli di Stefano”

Il toponimo “Stefano” dato alla rocca è, secondo tradizione, legato alla vicenda di un giovane di nome Stefano che si narra sia caduto trovando la morte in quel luogo mentre andava a caccia. La rocca domina la valle nella direzione nord-est e, dalle tombe, è perfettamente visibile il Monte Cammarata, il luogo dove, secondo quanto riportato da Diodoro Siculo, sorgeva la leggendaria città di Càmico, capitale del regno sicano di Còcalo, fortificata su progetto di Dedalo. La “Necropoli di Stefano” si estende soprattutto su due rocche collinari, ai cui piedi si trova un lembo di terra con quarantatre tombe a fossa stretta, scavate nel calcare seguendo una disposizione a gradinata. Il gruppo di tombe più consistente è però costituito da quelle ad arcosolio, disposte lungo la parete delle rocche senza una regolare successione. Sono presenti venti tombe a due loculi e dieci a tre loculi. Un arcosolio presenta quattro loculi e un altro ha sei loculi. I pochi cocci ritrovati in zona, soprattutto frammenti di lucerne d’origine africana e delle tracce di mosaico, ci indicano che la necropoli fu usata, tra il 4° e il 6° secolo d. C., come insediamento abitativo in un periodo, quello tardo romano, nel quale si erano perse le certezze dei secoli aurei dell’impero. Nota dell’autore: ringrazio di cuore l’architetto favarese Antonio Cassaro che, in un bel pomeriggio d’estate, mi ha accompagnato per le vie e il territorio della sua amata città.

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Giuseppe La Rosa

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