La singolare vicenda del Beato Giovanni Liccio

 

Al Beato Giovanni Liccio, umile attestato della mia sincera devozione, nel V centenario della sua preziosissima morte.
In memoria di Nicasio Gianfortone, il mio maestro delle scuole elementari, che, ormai molti anni or sono, con i suoi accorati racconti mi iniziò alla conoscenza e al culto del Beato Giovanni.  

IL BEATO GIOVANNI LICCIO DA CACCAMO
Tra i grandi siciliani d’ogni tempo annoveriamo Giovanni Liccio da Caccamo, primo frate domenicano di Sicilia ad essere stato elevato agli altari, morto il 14 novembre 1511.

VITA DEL BEATO
Il Beato Giovanni Liccio nacque a Caccamo, piccola cittadina a pochi chilometri da Palermo, probabilmente nell’aprile del 1426. L’esatta data di nascita è stata fonte di diverse discussioni.
Il piccolo Giovanni nasce in una famiglia piuttosto povera da Giorgio Liccio e Teresa Faso. Rimase orfano di madre in tenerissima età. 

Sui primi anni di vita del piccolo Giovanni esistono diversi scritti postumi che gli attribuiscono  dei prodigi.
– Uno di questi racconta di un lebbroso che, toccato il corpo del bambino, guarì dall’infermità potendo persino tornare ai lavori campestri. 
– Un altro racconta che il piccolo Giovanni fu visto dalla zia mentre giocava con due angioletti avvolto da una forte luce.
 
Il bambino crebbe mostrando una grande religiosità e spesso si prostrava a pregare inginocchiato dinanzi al SS. Sacramento ed all’immagine del SS. Crocifisso, per cui nutriva una speciale devozione.  
Giunto ai quindici anni, sentendosi attirato dalla vita monastica, decise di farsi frate. Si recò perciò presso l’antica chiesa di S. Zita a Palermo dove fra’ Pietro Geremia, divenuto in seguito beato, viveva con un gruppo di frati domenicani.
Trascorso l’anno del noviziato, Giovanni fu ammesso alla professione che fece con ritegno e umiltà confessando di non considerarsi degno di appartenere all’ordine dei predicatori. 
Studiò teologia e divenne docente presso lo Studium dei domenicani di Palermo. Da predicatore fu inviato in varie parti della Sicilia. Lo storico Rocco Pirro riferisce che, tra le città siciliane, quella che ne trasse più giovamento fu Polizzi Generosa. In essa il popolo, invogliato da Giovanni, eresse un convento dell’ordine domenicano che presto si riempì di giovani che vi trascorsero una vita santa.
Nel 1466 fu mandato a predicare nel nord Italia. Rimase nella chiesa e nell’annesso convento di Santa Corona a Vicenza per circa due anni. Qui conobbe e frequentò diversi predicatori domenicani e, tra questi, anche fra’ Matteo Carreri da Mantova, beatificato nel 1742, oggi patrono della città di Vigevano.
Nell’importante chiesa di Vicenza, dove nel 1580 fu sepolto l’architetto Andrea Palladio, a ricordo dei due grandi predicatori, fu collocata una lapide con i nomi dei due Beati e le date in cui essi furono attivi nella città veneta. La lapide, rimossa durante gli ultimi lavori di restauro, non è più presente. L’esistenza di questa lapide e l’avvenimento della sua rimozione sono stati confermati all’autore della presente biografia, in occasione di una visita, da un anziano sagrista e custode del tempio vicentino all’inizio del 2009.         
Da Vicenza, Il Beato Liccio tornò a Palermo: prima nel convento di Santa Zita e poi in quello di San Domenico. Da qui partì spesso per predicazioni in vari luoghi dell’isola.
Nel 1479 venne assegnato al convento di S. Domenico Maggiore a Napoli. Il Beato Giovanni rimase a Napoli fino alla morte del Maestro dell’ordine, fra’ Leonardo de Mansuetis. 
Il successore, fra’ Leonardo Cassetta, nel 1481 lo assegnò nuovamente al convento di San Domenico a Palermo, dove il nostro divenne in seguito vicario e visitatore canonico dei conventi domenicani riformati in Sicilia.

Nel 1466 il signore di Caccamo Bernardo Cabrera e la moglie donna Violante Prades decisero la fondazione di un convento dell’ordine domenicano adiacente alla chiesa dell’Annunziata. 
Non appena furono iniziati i lavori, i padri francescani, il cui convento distava solamente poche decine di metri dalla chiesa dell’Annunziata, osservarono che tra loro e l’edificio in costruzione non c’era la distanza stabilita dai canoni. I frati minori ricorsero perciò al Pontefice Paolo III perché fossero tutelati i loro diritti. A risolvere la questione venne incaricato il vicario generale di Palermo che stabilì che il secondo convento non si poteva costruire. Ma Giovanni, dotato com’era di spirito profetico, predisse ai confratelli domenicani che un giorno a Caccamo sarebbero sorti una chiesa e un convento del loro ordine. Tuttavia, per molti anni non si riparlò più della costruzione di un convento domenicano a Caccamo.  
Si narra che una notte del 1487, mentre il Beato era in preghiera, gli apparve la SS. Vergine che gli ordinò di recarsi a Caccamo dove avrebbe dovuto fondare una chiesa ed un convento dell’ordine domenicano. Il mattino seguente Giovanni, già ottantasettenne, riferì la visione avuta al priore e, con il suo permesso, accompagnato da un frate e da un fratello laico, lasciò Palermo partendo alla volta di Caccamo. La notizia del ritorno del padre Giovanni si divulgò presto nella cittadina natia. Pochi potevano ricordare di averlo visto a Palermo, la maggior parte dei caccamesi lo conosceva solamente di nome.
Quando si seppe che Giovanni cercava un luogo per edificare una chiesa, si recarono da lui due contadini che gli dissero che, in un bosco nella parte orientale del paese, sorgevano delle fondamenta che fino a poco tempo prima non c’erano.
Giovanni si fece condurre nel luogo indicato e verificò ciò che gli era stato detto. Questo fu considerato un prodigio ed anche il primo magistrato della città volle vedere le fondamenta. Come riferisce lo storico Giovanni Barreca, l’8 maggio di quello stesso anno (1487) si iniziò la costruzione della chiesa e del convento. Nel 1492 la nuova chiesa venne consacrata da mons. Giovanni Paternò, Arcivescovo di Palermo.

Cronisti postumi narrano che, in questo periodo, avvennero molti eventi prodigiosi.
– Uno di questi narra che, mancando la calce, Giovanni alzò lo sguardo al Cielo e ne implorò il soccorso. Poco dopo, apparve sulla piazza della nuova chiesa un grande carro carico di pietre, tirato da quattro buoi e condotto da un giovane. Appena deposto il materiale, il giovane, il carro e i buoi scomparvero.

Uno dei prodigi più ricordati, soprattutto dai bambini, avvenuto in questo periodo, è quello dell’agnellino Martino. 
– Si narra che Giovanni aveva ricevuto in dono un agnellino che fu chiamato Martino. L’animale fu tenuto al pascolo nella campagna presso la chiesa in costruzione. Una mattina i muratori, approfittando dell’assenza dei frati, uccisero l’agnellino e ne mangiarono le carni. Affinché non rimanesse indizio della cosa, gettarono nel fuoco d’una fornace la pelle, le ossa e le interiora dell’animale. 
Più tardi, ritornato il padre Giovanni, non trovato l’agnellino al solito posto, ne chiese conto ai muratori.
Essi risposero che non ne sapevano nulla. Allora il frate chiamò forte e, tra lo sconcerto dei muratori, l’agnellino rispose da dentro la fornace: l’animale venne tirato fuori in perfette condizioni di salute.

Un altro prodigio attribuito al Beato è quello delle travi allungate.
– I muri della chiesa erano terminati e non rimaneva che costruire il tetto. Giovanni fece arrivare da Palermo le travi occorrenti, artisticamente lavorate con disegni raffiguranti santi domenicani. 
Ma, all’arrivo delle travi, i muratori constatarono che erano più corte del dovuto di quattro palmi. Fu una delusione assai cocente, ma Giovanni chiese comunque agli operai di collocare le travi sui muri. Così fu fatto e, con grande meraviglia di tutti, le travi risultarono lunghe quanto serviva.

Una volta costruiti la chiesa ed il convento, Giovanni poté predicarvi e la sua predicazione, a detta dei contemporanei, fu feconda di bene, accompagnata com’era dall’esempio costante. 
 
Di questo periodo si narrano altri avvenimenti prodigiosi, come quello della madre povera e dei suoi figli.
– Un giorno, stanco per il cammino, Giovanni si sedette sullo scalino della porta dell’abitazione di una donna molto povera. Dentro la casa, i figli di lei piangevano. Giovanni chiese il perché di questo pianto e dovette apprendere che il motivo era la fame. Allora il Beato esortò la donna a distribuire ai figli il pane che aveva. La povera madre si stupì perché sapeva che in casa non aveva pane. Tuttavia, per la grande fiducia che aveva in Giovanni, andò ad aprire la cassa e la trovò piena di tanto pane da potere sfamare l’intera famiglia per diversi giorni.

Giovanni si considerò sempre un umile servo di Dio e, nelle sue prediche, affermava con veemenza che ogni bene viene da Dio ed a Lui solo se ne deve la gloria. 
Giovanni indossava sempre abiti poveri, si abbassava a chiedere l’elemosina e mortificava duramente il corpo, in particolar modo durante gli ultimi giorni di vita. 
Trascorreva la maggior parte della notte pregando in ginocchio, tanto da avere le gambe piagate. Non dormiva sul letto ma sul nudo pavimento, poggiando il capo su un sasso o su un pezzo di legno.

La mattina del primo novembre 1511 il Beato scese, come al solito, in chiesa. Non si sentiva bene e, nonostante ciò, assistette al coro, celebrò messa, ascoltò le confessioni dei fedeli e salì sull’altare per parlare della gloria dei santi. Più tardi, fu preso da una febbre che il  medico dichiarò infettiva.  
Il tredicesimo giorno della malattia, credendo vicina la fine, volle confessarsi, chiese il Santo Viatico e l’Estrema Unzione che ricevette stando in ginocchio sul pavimento. Dopo di ciò disse con esattezza ai frati astanti il giorno e l’ora della sua morte. 
Giovanni disse anche che, qualora Iddio per la sua infinita bontà l’avesse chiamato al cielo, non si sarebbe mai dimenticato del suo convento, della sua Caccamo e di tutta la Sicilia. Raccomandò a tutti la pace, la carità e la devozione alla Vergine Maria. Quindi tacque per non parlare più. 
Morì, tenendo il crocefisso stretto tra le mani, il 14 novembre 1511, un venerdì, alle ventuno circa, come aveva predetto. 
 
Dopo la morte, il corpo venne adagiato sopra un feretro e fu trasportato nella chiesa parata a lutto. Attorno al corpo furono accesi ventiquattro ceri, offerta del Municipio caccamese. Incominciò allora un vero pellegrinaggio alla chiesa di Santa Maria degli Angeli per rendere omaggio al Beato, il cui corpo rimase esposto per due giorni. Ai funerali assistettero migliaia di persone provenienti anche dai paesi limitrofi.  
Al momento di togliere i ceri disposti attorno al feretro, si assistette ad un altro prodigio: nonostante fossero rimasti accesi due giorni e due notti, apparvero non consumati. A conferma di ciò, si procedette a pesarli e fu constatato che il loro peso era identico ai ceri nuovi. 
Il corpo di Giovanni fu chiuso in una cassa di cipresso e sepolto, cinque palmi sopra terra, in una nicchia incavata nel muro a destra dell’altare maggiore nella chiesa che egli aveva fatto edificare.

IL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE

Già nel 1555 i caccamesi avevano fatto istanza al Papa Paolo IV per ottenere la canonizzazione di Giovanni Liccio. Il Sommo Pontefice, accogliendone l’istanza, nominò giudice delegato della Santa Sede nella causa di beatificazione l’abate Antonio Faso da Caccamo, autorizzandolo a formare il processo dei miracoli. Già nel 1557 il Faso aveva terminato di compilare il processo e la vita del Beato Giovanni Liccio ed era stata effettuata la traslazione del sacro corpo all’interno di un’urna marmorea. L’impresa però non ebbe esito favorevole e la canonizzazione non avvenne a causa del fatto che, il 18 agosto 1559, morì il Papa Paolo IV. Questo vento provocò una stasi nel processo. Anche con il Papa successivo, Pio IV, non furono concluse le procedure per la beatificazione. Nel 1572 l’abate Antonio Faso morì e, come scrive Agostino Inveges nella sua opera “La Cartagine di Sicilia”, con la sua scomparsa parve che fosse finita per sempre ogni possibilità di riprendere la causa della beatificazione. Difficilmente infatti a portarla avanti si sarebbe potuto trovare un uomo colto ed eccellente come Antonio Faso a cui, nel 1560, il cardinale Ercole Gonzaga e Carlo Borromeo, in seguito divenuto santo, avevano chiesto di prendere parte al concilio di Trento. Un invito che il Faso rifiutò per umiltà e modestia. 
Tuttavia, nell’anno 1746, la causa di beatificazione fu ripresa. Tommaso Ripol, Generale dell’ordine domenicano, venne a conoscenza del fatto che, da lungo tempo, a Caccamo si venerava con pubblico culto il Beato Giovanni Liccio senza conferma pontificia. La Sicilia era terra di grande religiosità e, per quanto avesse dato i natali ad insigni domenicani, nessuno di questi pii uomini era stato proclamato beato o santo. Ripol fece allora istanza alla Santa Sede di potere procedere all’approvazione del culto. L’autorizzazione venne concessa e il domenicano caccamese Vincenzo Maria Tuso si recò a Roma per ricevere le opportune istruzioni “de modo procedendi”. Tornato in Sicilia con la qualifica di postulatore della causa, girò in lungo e in largo l’isola rinvenendo ad Alcamo, Castelvetrano, Sciacca, Polizzi Generosa e Palermo preziosi documenti in sostegno della causa iniziata. Al postulatore non fu però possibile rinvenire la vita del Beato Giovanni scritta dall’abate Antonio Faso perché non più ritrovata nel convento di San Domenico in Castelvetrano dove era stata depositata. Gli fu solamente possibile reperirne un sunto dello stesso autore conservato presso la biblioteca dei Padri Gesuiti di Palermo, tra i manoscritti di padre  Ottavio Gaetani. 
Il 22 novembre 1749 si riunirono presso la parrocchia dell’Annunziata a Caccamo tutti gli ufficiali richiesti dalle costituzioni di Papa Urbano VIII e dagli ultimi decreti della Sacra Congregazione dei Riti per la compilazione del processo informativo “de vita, virtutibus, miraculis et cultu Beati Joannis per viam casus excepti”. Il padre Tuso riferì che al momento in cui il notaio pronunciò le parole “In Dei nomine, Amen” l’urna di marmo contenente le spoglie mortali del Beato emise un liquido che continuò a fuoruscire fino alla conclusione della sessione; ed era di così grande quantità che i fedeli accorsi ne poterono persino riempire alcuni vasetti di vetro. Il padre Tuso riferisce altresì che tale liquido provocò la guarigione di diversi infermi che se ne cosparsero le membra. 
Il processo terminò alla fine del 1750 e la Sacra Congregazione dei Riti, dopo un esame durato tre anni, il 14 aprile 1753 confermò il culto del Beato Giovanni, se tanto fosse piaciuto al Sommo Pontefice.     
Il 25 aprile del 1753 Papa Benedetto XIV confermò la beatificazione di Giovanni Liccio. 

LA SECONDA TRASLAZIONE DEL CORPO DEL BEATO

Alla festa del 14 novembre, istituita nel 1753 dalla Chiesa nel giorno che ricorda il pio transito del Beato, ne seguì presto un’altra per deliberazione di Monsignor Filippo Lopez, Arcivescovo di Palermo. Questa ulteriore festa fu istituita con l’intenzione di ricordare la seconda traslazione del Beato e si svolge l’ultima domenica di maggio e il lunedì successivo. Dopo l’avvenuta beatificazione di Giovanni, allo scopo di trarre dall’urna in marmo le sacre ossa del Beato, si fece pervenire da Palermo un artigiano. Questi plasmò un simulacro vestito al modo dei domenicani con il volto e le mani di cera. Le reliquie del Beato furono sistemate dentro delle teche munite di finestrelle ed inserite nel simulacro. Il corpo artificiale, in tal modo ottenuto, fu a sua volta posto all’interno di una pregiata urna lignea munita, nella parte anteriore, di una grande lastra di vetro. L’urna fu esposta per la prima volta al pubblico il sabato precedente la terza domenica di Maggio del 1754.       

LA TERZA TRASLAZIONE DEL CORPO DEL BEATO

Alla fine del XIX secolo, poiché l’urna lignea del Liccio si era deteriorata, fu deciso di farne realizzare un’altra dagli argentieri palermitani famosi per i magnifici lavori d’arte delle chiese del capoluogo e di tutta la Sicilia. Si raccolse a Caccamo la somma necessaria per la realizzazione dell’opera che fu quindi commissionata. Ma quando la nuova urna, tutta a vetri con larghi fregi d’argento, giunse da Palermo, la delusione fu cocente. Non fu infatti possibile collocare il simulacro nell’urna poiché la base risultò troppo corta. Le reliquie tornarono quindi nella vecchia urna di legno. 
Alcuni anni dopo, la deputazione della festa del Beato ottenne il permesso di potersi disfare dell’antico simulacro per realizzarne uno nuovo, ma più piccolo, al fine di potere usare l’urna argentea. Dell’antico simulacro furono riutilizzati solamente il volto e le mani. L’operazione di inserimento del nuovo simulacro nell’urna argentea fu effettuata la sera del 10 novembre 1901 presso la sagrestia di Santa Maria degli Angeli. 
Da allora, ogni anno per la festa di maggio e in alcune altre speciali e rare occasioni, l’urna argentea viene condotta in solenne processione, portata a spalle da decine di giovani caccamesi che si danno il cambio durante il lungo tragitto tra le vie cittadine. 

IL CULTO DEL BEATO GIOVANNI LICCIO NEL MONDO

Il 9 ottobre 1924, gli emigrati caccamesi a Chicago, negli Stati Uniti d’America, fondarono la Società del Mutuo Soccorso “Beato Giovanni Liccio”, facendo realizzare un’urna uguale a quella di Caccamo. Dal 1997 l’urna è custodita presso una cappella, appositamente realizzata, al numero civico 7459 di W. Addison. Una raccolta di fondi ha permesso anche di completare una chiesa, intitolata al Beato Giovanni Liccio, a Monte de Los Olivos, in Guatemala.    
Data la grande devozione mostrata dai caccamesi di Chicago, tutta la comunità cattolica della città, per decisione assunta dall’allora  Cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo, ha potuto ricevere una Reliquia del Beato “Allo scopo – si legge nel decreto cardinalizio,  datato 16 giugno 1993 – di richiamare e rafforzare i valori evangelici agli adulti e suscitarli e coltivarli nelle nuove generazioni”. 


Il Beato Giovanni Liccio è nei cuori di molti fedeli che, a maggior gloria di Dio, ne celebrano la straordinaria figura d’uomo con l’altissimo e magnifico esempio d’osservanza militante degli imperituri valori cristiani.                                                                                                       Giuseppe La Rosa

 

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