La vecchia dell’aceto

Una storia esemplare di Sicilia

di Giuseppe La Rosa

 

Sul far della sera del 30 luglio 1789, nella città di Palermo una gran folla si stava recando a Piazza Vigliena: i Quattro Canti.

Nella città siciliana, una tale assemblea di popolo si riuniva per assistere ad un’esecuzione esemplare.

Piazza Vigliena era tutta parata a lutto; ampli tendaggi neri coprivano le statue delle quattro cantonate e, nel centro della piazza, si ergeva un funebre palco con la forca.

Le vie adiacenti brulicavano di gente e i balconi dei palazzi ospitavano gli aristocratici. Le carrozze con le quali i nobili erano giunti al centro di Palermo sostavano numerose nel grande spiazzo della Marina.

L’attesa era immensa e molti provavano un certo senso di piacere per lo spettacolo che attendevano.

Quando il portone delle carceri si spalancò, un manipolo di soldati si dispose su due file ai lati dell’ingresso. Con incedere lento, venne fuori un alfiere con uno stendardo rosso su cui erano cucite, usando un filo dorato, le parole latine: Dixite justitiam populi. Dietro seguivano dei soldati in divisa scarlatta seguiti, a loro volta, dagli araldi della Gran Corte di Giustizia, a cavallo ed in divisa nera. Per ultimi uscirono gli uomini della compagnia dei Bianchi, istituita nel 1541 dal vicerè Ferdinando Gonzaga allo scopo di assistere i condannati a morte. Nelle ultime file, accompagnata da due frati, a dorso di una mula guidata dal boia in abito scarlatto, comparve la condannata.

Anna Bonanno, di 74 anni, era l’avvelenatrice, la vecchia dell’aceto. Si era procurata da un incolpevole aromatario palermitano, un tale La Monica, un antiparassitario a base venefica e, aggiungendolo all’aceto, lo aveva venduto a caro prezzo affinché si potessero condire certe insalate. Diverse persone erano state avvelenate e specialmente certi poveri mariti che davano fastidio alle mogli adultere.

L’orrenda vecchia era stata coadiuvata nella sua attività di commerciante di morte da due prostitute palermitane: Rosa Bilotta, detta cantalanotti, e Maria Pitarra, detta la pantaddarisca. Entrambe le donne, con il capo rasato e le mani saldamente legate al tergo, seguivano la Bonanno che andava al supplizio.

L’attività delle tre comari fu scoperta dalla parente di un avvelenato. Il veleno infatti era stato somministrato da Rosa Costanzo al marito Francesco, giovane sano e robusto, che era improvvisamente deceduto. L’evento non convinse però un’anziana parente del defunto che si recò presso la Bonanno, famosa per il suo losco vivere, che, presa ben bene per il collo, confessò. Avuta certezza dei suoi sospetti, la donna denunciò la Bonanno che, secondo le leggi del tempo, venne condannata alla pena capitale dalla Gran Corte Criminale.

Non appena il lugubre corteo giunse in Piazza Vigliena, un cancelliere del tribunale depose ai piedi della forca il voluminoso incartamento che raccoglieva le numerosissime prove raggiunte contro l’avvelenatrice.

La vecchia, orribile a vedersi a causa degli stenti della prigione e del suo insano vivere, venne fatta salire sul palco e, nel silenzio generale, dopo poco, pendette dalla forca.

Un busto in creta di Anna Bonanno è conservato presso il museo civico di Palermo. Il ricordo di questa megera delittuosa è rimasto ancora nel popolo palermitano che, quando vuole dare un giudizio sintetico su una persona cattiva e brutta, esclama:

         E’ cchiù laria di la vecchia di l’acitu !

(E’ più brutta della vecchia dell’aceto !).



 

 

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Giuseppe La Rosa

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